Provate ad immaginare cosa si leggerebbe sui giornali e nei social network e cosa dichiarerebbero con i soliti toni indignati certi politici ben noti per la loro loquacità se il tredicenne che a Roma ha accoltellato l’insegnante fosse stato un musulmano radicalizzato su Telegram o il portatore di una visione di sinistra. Avremmo letto analisi sull’incompatibilità dell’islam con la nostra cultura, sull’impossibilità di integrare le seconde generazioni o, nel secondo caso, sui mandanti morali e i cattivi maestri. Poiché non c’entrano né l’islam né la sinistra, Salvini si è limitato a scrivere, su Facebook, che “casi come questo impongono anche una seria riflessione, da parte di tutti, sull’uso dei social da parte dei giovanissimi, e sulla necessità di proteggerli da un accesso troppo precoce e senza controllo” ed a chiedere dove sono i genitori, mentre Vannacci ha parlato, a margine di un convegno, della “necessità di riportare la sicurezza nelle scuole, di riportare l’insegnamento dell’autorità e dell’autorevolezza delle scuole, del rispetto”. I social, l’autorità, i genitori che non sanno fare i genitori. Pezzi del leitmotiv della destra.
Né Salvini né Vannacci dicono che quel tredicenne era il portatore di una precisa visione sotto-culturale e politica. Ha compiuto l’accoltellamento con una maglia con la scritta TMD, cioè Total Muslim Death. Morte totale ai musulmani. È la variante di un acronimo usato negli ambienti suprematisti online per esprimere l’idea della morte o dell’eliminazione di diversi gruppi etnici, religiosi o sessuali. Non sappiamo ancora se si possa definire compiutamente un suprematista bianco. Sappiamo però che, nell’azione che aveva preparato, ha fatto ricorso a una simbologia propria degli ambienti suprematisti. Quegli ambienti convinti che i bianchi siano una razza superiore, che sia in atto una sostituzione etnica e che l’islam rappresenti una minaccia da combattere.
I genitori contro i quali Salvini ha puntato il dito sono un dipendente comunale e un’insegnante; non abbiamo alcun dato per considerarli pessimi genitori. Possiamo invece ritenere che vi sia una parete sottile e fragile fra la cultura politica della sua insegnante e quella dell’ambiente suprematista nel quale il ragazzo sembra essersi immerso. Il profilo Facebook dell’insegnante, Isabella Marsilio, che ora risulta chiuso, era pieno di contenuti di destra estrema. Si rallegrava, la professoressa, per la vittoria in Germania dell’AfD, inneggiava alla remigrazione, dava addosso ai “buonisti” che sono dalla parte dei “presunti profughi” e amenità simili.
È giusto che un’insegnante con queste idee insegni? È giusto che un’insegnante possa condividere sul proprio profilo Facebook contenuti che sono oggettivamente violenti, e di una violenza non astratta, ma che colpisce direttamente alcune delle persone che dovrebbe educare, come lo studente congolese che le ha salvato la vita? Sono le domande che oggi molti si fanno. Proviamo a vedere la questione da un altro punto di vista. La scuola è il luogo in cui ogni studente, quale che sia la sua origine, ha il diritto di essere ugualmente accolto, riconosciuto, rispettato. Non solo. È anche il luogo in cui un tredicenne – cui non si può rimproverare di essere fragile – ha il diritto di trovare una cultura diversa rispetto a quella, violenta e potenzialmente omicida, in cui può imbattersi in TikTok. Se qualcuno su TikTok gli dice che i bianchi sono superiori ai neri, è vitale, decisivo per il bene di tutti e il futuro della nostra democrazia, che abbia a scuola una professoressa che gli dica che no, i bianchi e i neri sono uguali. E quell’insegnante non è credibile – e gli adolescenti sono, giustamente, molto sensibili all’ipocrisia – se puoi gli studenti scoprono che su Facebook inneggia alla remigrazione.
Ma la parete sottile non divide solo quella che probabilmente è la visione delirante del tredicenne da quella della sua insegnante. C’è da chiedersi quanto sia grande la distanza fra certe forme di retorica politica che costruiscono continuamente un “noi” assediato e un “loro” indicato come minaccia e le sottoculture digitali che trasformano quella logica di contrapposizione in fantasie di eliminazione. E c’è da chiedersi, anche, quanto possa essere efficace la scuola, anche avendo docenti sinceramente democratici, nell’educare gli studenti al rispetto dell’altro se là fuori (sui social, in televisione e inevitabilmente anche in famiglia) è pieno di odio.
La destra lo semina a grandi mani, l’odio. Il terreno è fertile: ovunque vi sia una frustrazione, l’odio attecchisce meravigliosamente. E in un Paese in cui i prezzi aumentano e gli stipendi sono fermi da anni, la frustrazione aumenta ogni giorno. Il raccolto è assicurato. Ma il prezzo è altissimo, e lo pagano i più fragili, cui ogni giorno si sottrae un pezzo di umanità, fino al punto di ridurre progressivamente la capacità di riconoscere nell’altro una persona e non un bersaglio. Lo pagano gli anziani, che spesso non hanno ricevuto dalla scuola gli strumenti per analizzare criticamente e sistemicamente le proprie frustrazioni. E lo pagano sempre più spesso gli adolescenti e i pre-adolescenti.
Poi, certo, bisognerebbe chiedersi chi sostiene e finanzia queste reti suprematiste sui social che adescano ragazzini. Io qualche sospetto l’ho.